L'uso e l'abuso che facciamo, io in primis, delle parole inglesi è sempre da tenere sotto controllo. Vi rimando ad un interessante elenco di parole inglesi che tra ambiguità e traduzioni danno vita a "pseudo traduzioni", un po' confuse, sbagliate e talvolta ridicole. Eccole qui, dal sito di Gandalf.
L'invito che fa Giancarlo Livraghi, per non cadere nell'errore, è di badare sempre al contesto.
Buona lettura e buon lavoro!
Arrivato!
Il mio pacco di libri è arrivato ieri a casa. Un po' in ritardo, ma giusto in tempo per portarmeli via e godermeli nel lungo week end del 1 maggio.
Parole paravento di Claudio Nutrito
La Parola immaginata di Annamaria Testa
Le vie del senso di Annamaria Testa
Architettura dell'informazione di Luca Rosati
L'arte di avere sempre l'ultima parola di Jay Heinrichs
Le parole magiche di Donatella Bisutti
L'alberto delle parole di Donatella Bisutti
Da quale comincio? Mica facile, mi butterei a capofitto su tutti, ma la cosa è fantascientifica e dunque devo sceglierene un paio.
Sto sfogliandoli uno ad uno. Provo sempre una certa emozione ad aprire le pagine di un libro nuovo; le pagine sono ancora tutte ben attaccate e sembra quasi di entrare in un luogo segreto, nascosto, pieno di tesori e di oggetti preziosi, che aspettano solo di essere scoperti e portati alla luce. La sensazione è un misto di piacere e stupore, attesa e sorpresa. Poi è fisicamente bello prendere in mano un libro tutto nuovo, che profuma ancora di stampa e con la copertina tutta in ordine.
Ora ci penso sù, ma penso che ne porterò via 4; sono troppo curiosa e la curiosità mi rende vorace!
Dietro qualsiasi testo deve esserci sempre un'attenta attività di ricerca e di approfondimento, non solo per i contenuti, ma anche per il linguaggio da usare. Cercare le parole più adatte al nostro lettore, quelle che lui usa sui motori di ricerca, quelle che lo fanno sentire a suo agio, quelle con cui lui si muove con disinvoltura. Ecco, cercare, stando sempre in ascolto delle persone, è il modo migliore per costruire con loro una conversazione efficace.
Su segnalazione di Mauro Lupi's blog, vi invito a leggere l'articolo di Noah Elkin The Shifting Power of Words.
Leggo sempre molto volentieri gli articoli che parlano delle anglicizzazioni della nostra lingua. Trovo sempre spunti interessanti che mi aiutano a rimpinguare il mio quadernetto degli orrori, ovvero la mia personalissima raccolta delle parole e delle espressioni che devo cercare di non usare mai, salvo a "mali estremi".
In questo articolo di Gian Luigi Beccaria se ne trovano davvero di belle. Alcune parole sembrano improbabili (pizzacenter), altre stonano e suonano come fastidiose forzature (performante).
Ora me le segno tutte!
Faccio sempre una gran fatica a segnare sull'agenda appuntamenti e impegni vari, non mi basta mai lo spazio, accavallo scritte e orari e l'agenda diventa inguardabile!
Anche solo visivamente, che senso di pesantezza e affaticamento: un po' impegnativo e poco stimolante come stato d'animo per affrontare una giornata!
L'uso dei colori mi aiuta, ma non abbastanza.
Roberta Buzzacchino oggi segnala il Chronotebook: la sua segnalazione la faccio mia :-D .

Si tratta di un'agenda molto semplice "chiara, intuitiva e facile da usare".
Una descrizione precisa dal sito frizzifrizzi.it : "Su ogni pagina di questa particolarissima e minimale agenda sono infatti stampati due cerchi che rappresentano i quadranti di un orologio analogico. Le pagine di sinistra sono per le prime dodici ore della giornata (AM). Quelle di destra rappresentano le altre dodici ore (PM).
Basta tirare una linea, come vedete nelle immagini che seguono, e l’appuntamente è bello e segnato. Avete due cose da fare contemporaneamente? Proseguite con la linea e scrivete anche quello."

Oggi ho provato ad organizzare così i miei impegni; disegnati due cerchi e appuntato tutto. Mi è piaciuto, molto.
La giornata scorre e gli impegni con lei, fluidi. Tutto si organizza sotto gli occhi e sembra più semplice; anche gli impegni in contemporanea sembrano più gestibili.
Poi per me, che ho una buona memoria visiva, è utilissimo per fissare in testa l'intera giornata. E ricordarmi più o meno tutto, anche con l'agenda chiusa.
E' uscito il nuovo numero di Silmarillon; titolo del dossier è Scritture contemporanee.
A partire dall'editoriale di Francesca Pacini, articoli e interviste da non perdere.
Sarà che piacciono tanto oggi queste forme elaborate, ma neutre, distanti dall'uso corrente. Vedo che quando si può, ci si butta sempre sul sinonimo più complicato. Nella vetrina di un bar ho letto «Si effettuano panini». «Effettuare» segue il modello burocratico oggi trainante: «fare», «preparare» sarebbero stati verbi troppo prosaici, meglio dunque «effettuare» o «eseguire», come se fossero voci più professionali. Suonano all'ignaro più solenni. Una parola è in questi casi ritenuta tanto più adeguata quanto più lontana dall'uso comune. In realtà sembra di imbattermi in parole di una lingua che non esiste.
(tratto da L'antilingua sciupa il profumo, di Gian Luigi Beccaria, Parole in corso Tutto Libri)
Trovate qui tutto l'articolo.
Buona lettura.
E' uscito il nuovo numero di Silmarillon: librerie di ieri e di oggi.
Dall'editoriale di Francesca Pacini, alla mappa della sua libreria, alle interviste a editori e librai: ricco di contenuti e spunti interessanti.
"Ci skypiamo stasera".
Lo ammetto uso questo termine dal suono orribile, sul quale inciampo oramai quotidianamente, ma piuttosto che abbassarmi a tirare sù l'ostacolo ("ci sentiamo stasera con skype"), hop faccio un saltino, e "skypo". Ma vuoi il senso di colpa, vuoi il senso di fastidio, non fila via liscio e un po' ci inciapo sù.
Il termine stride, ma la pigrizia a volte è troppa. Non so se sia pure cattiva consigliera, in fondo forse è solo questione di abitudine. Magari un domani si skyperà allegramente tutti quanti e l'uso comune toglierà all'espressione un po' di peso.
Si vedrà.
Intanto mi consola sapere che non sono l'unica.
Leggete questo articolo di Beppe Severgnini; non solo di skypare parla, ma di diversi neologismi legati a nuove tecnologie e nuove abitudini.
Ecco un altro assaggio di arte contemporanea: Mostra antologica di Bruno Munari dal 25 ottobre 2007 al 10 febbraio 2008 a Milano.
E se l'argomento vi interessa, leggetevi il post di Luisa Carrada e date un'occhiata anche a quello di Marco Fossati su CreativeClassics.
Dalle parole di Bruno Munari qualche consiglio utile e prezioso. Da tenere a mente anche quando si scrive, aggiungerei.
Copio e incollo questo suo scritto sulla difficoltà del semplificare e la facilità del complicare.
Semplificare è più difficile.
Qualche segnalazione:
Qualche giorno fa, nel cuore della notte, seduta accanto al lettino della piccola Alice ammalata e insonne, mi sono "inventata" le micro-storie. Il mio intento era quello di proporle storielle brevi e veloci, che si esaurissero nel tempo di 1 minuto, massimo 2. Tempo di dare uno sguardo veloce ai fondali marini, di far saltare uno scoiattolo da un ramo all'altro, tempo di una lacrima che bagna un sorriso, di un bruco che diventa farfalla.
E così le micro-storie, da qualche giorno, soddisfano la voglia di favole della mia bimba nei risvegli notturni. Per lei sono come una carezza per riprendere il sonno serena.
Come per tutte le favole che le racconto, anche queste micro-storie mi piace improvvisarle, sempre, imponendomi il rigore del minuto, con qualche eccezione, rara. Un'ottima ginnastica per la mente, le parole, la fantasia.
Ne ho appena raccontata una, e tornata al computer, leggo questo articolo di Giovanna Zucconi, tratto da TuttoLibri di questa settimana. Un esempio di come una parola diventa un micro-romanzo:
"Più accorto l'uso che delle parole fa Adam Jacot, già oscuro redattore di quiz per la Bbc. Adam ha spulciato dizionari in lingue astruse, collezionando i termini capaci di esprimere concetti che in inglese richiederebbero lunghi giri di frase. Pisan zapras, in malese, è una misura di tempo: quanto occorre a mangiare una banana. Oka-shete, in Namibia, indica difficoltà di minzione in chi ha mangiato rane prima della stagione piogge. Parole difficilmente di uso comune nella City: ciascuna, però, è un micro-romanzo. Adam Jacot le ha raccolte e pubblicate. Il suo primo libro, The Meaning of Tingo, ha venduto a sorpresa cinquantamila copie, e ora esce il seguito, Toujour Tingo. La secchioneria paga."
In una parola: una storia, una poesia, un racconto.
Queste cose mi incuriosiscono e mi affascinano da sempre.
Qui trovate il blog sui due libri. Non è aggiornato, ho dato una rapidissima occhiata, mi sembra che ci sia comunque qualcosa di curioso.
PS: The Meaning of Tingo, "Il significato di tingo" ovvero il modo in cui sull'Isola di Pasqua definiscono il "prendere in prestito cose dalla casa di un amico, una a una, sino a quando non gli resta niente".
Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori, Francesco Piccolo.
Ho appena finito questo libretto, si legge in un attimo.
Lo consiglio, non solo a chi scrive, per mestiere o per diletto, ma anche a chi legge e vuole saperne di più dei suoi autori preferiti.
L'autore ci porta negli studi, nei caffè, nelle passeggiate e nelle giornate degli scrittori. Dà loro voce, e loro si raccontano, nelle loro abitudini, nei gesti quotidiani, nei piccoli tic.
Un mestiere fatto di rigore, disciplina e costanza, ma anche un mestiere dove si deve perdere tempo. Di più, perdere tempo è cosa necessaria per chi scrive.
Le parole di Raffaele
La mia giornata è una continua perdita di tempo in cui cerco di includere qualcosa di creativo. Ma questo qualcosa di creativo che io includo nella perdita di tempo non sarebbe possibile se non perdessi tempo, perchè per inventare qualcosa uno deve essere distratto, non essere troppo concentrato. Così faccio.
Scusate la latitanza, ma in questi giorni ho fatto la mamma a tempo pieno: tante cose da fare e sempre troppo poco tempo a disposizione.
Ammetto di aver avuto anche una forte ostilità verso la tastiera del pc, cosa che mi ha portata a scrivere moltissimo con la penna ultimamente.
A volte il cervello ha proprio bisogno di scrivere a penna, per la velocità di scrittura, per la sensazione di accompagnare lo scritto sul testo in modo più attento, preciso. Io poi spesso mi fermo e guardo le parole, le osservo e mi perdo dietro alle mille frecce che uniscono o dividono le parole sul foglio, e tutto mi sembra abbia una sua personalità o per lo meno la stia cercando. Insomma, mi piace e mi aiuta a scrivere soprattutto nelle giornate no.
Finiti questi pensieri, mi rimetto a leggere Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori di Francesco Piccolo. Coincidenza. Il nuovo capitolo parla proprio di questo: carta e penna, macchina da scrivere e computer.
La penna, dice Piccolo, consente di sentire il ritmo della propria scrittura immediatamente, di riconoscerlo intanto che fluisce dalla mente alla mano che impugna la penna che scorre.
PS. Ecco il mio rapporto con foglio e penna, lo esprimono al meglio le parole di Eduardo Galeano:
Per me la pagina è molto importante, è la mappa che mi conduce al forziere del tesoro. Scrivo a mano, e disegno. Alla fine è un disastro, ma è un disastro che amo molto, è la prova di quanto difficile sia trovare la parola. Solo le parole che meritino di esistere, solo le parole che contengano e trasmettano elettricità vanno conservate (tratto da Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori di Francesco Piccolo).
Appena letto e apprezzato. La fonte è Tuttolibri inserto de La Stampa.
Copio e incollo perchè settimana prossima non ci sarà più!
Brutto parlare biotech di Gian Luigi Beccaria.
Ogni tanto m'imbatto in parole nuove che non mi piacciono, ma poi man mano, con una certa fatica, ci si abitua. Capita spesso con gli anglismi. Proprio non sopporto infolderare, anche se c'è chi già lo usa in senso metaforico, scherzoso, per «nascondere», da folder, parola inglese anch'essa accolta dalla nostra lingua nel senso di «cartella», «raccoglitore di fogli», e «cartella di un programma informatico». Vedo che in campo aziendale usano piccoli mostri come rebrandare, per rinominare, cambiare marchio, da brand marchio, altro anglismo insopportabile. Passati ormai editare, o replicare, di origine informatica, nel senso di «rispondere per posta elettronica» (da to replay, mentre il replay calcistico nel senso di «moviola» è soltanto nostro, di noi più inglesi degli inglesi, i quali mi sembra dicano «partita di ritorno»).
C'è però poco da scegliere. Meglio queste brutture neologistiche o certo lessico politico insopportabile? Meglio i doppiopesisti, i cerchiobottisti, i girotondini, il malpancismo e i malpancisti, il benaltrismo (dal «c'è ben altro!»), la questione morale, i nani e le ballerine, il decisionismo, la casa delle libertà, come la casa del prosciutto, la casa del mobile, e adesso il grillismo...? Non se ne può più. Ho sentito tempo fa un ministro della Repubblica che ha detto «avevo già attenzionate... ecc.». Siamo arrivati al punto che quando senti qualche scrittore parlare, Fruttero per esempio in tv da Fazio, ti si apre il cuore. Senti un senso di sollievo, liberatorio, una lingua vera, che esiste, quella che i più stanno dimenticando.
Perché non «torcere il collo» all'eloquenza fasulla, una lingua biotech che non vorrei mai vedere clonata come quella mucca con Dna modificato al fine di ricavarne un latte più ricco di caseina. Forse io sono un po' troppo vecchio stampo, ma preferisco chi dice «spiccioli» e non «moneta divisionale». Ho sempre sostenuto che vanno buttate via frasi del tipo «Un organico collegamento interdisciplinare ad una prassi di lavoro di gruppo», in apparenza dotata di senso compiuto, in realtà inutile, ridondante vuotaggine.
L'«approccio metodologico per studi di fattibilità» ha imperversato sulle bocche di centinaia di assessori, senza condurci da nessuna parte. Che cos'è quest'handicap generale che ci sovrasta? Si parla come a un popolo di handicappati nel cervello, per cumuli di luoghi comuni, senza sapori, senza forza e acume. Facciamola finita.
(tratto da Tuttolibri de La Stampa del 20/10/2007)